Madrid, Atene e il mal d’Europa

A Madrid ci sono state proteste di piazza contro i tagli operati dal governo di Mariano Rajoy, con feriti e arresti; il tasso di disoccupazione bordeggia quota 25 per cento (con picchi annichilenti nelle fasce giovanili e in regioni come l’Andalusia e l’Estremadura); lo spread galleggia intorno ai 450 punti; il deficit, nonostante le dilazioni concesse dall’Europa, sembra ancora fuori controllo. Le Borse, spaventate dalla debolezza del “piano Spagna”, dagli scontri e dalle molotov anche in Grecia, hanno perso ieri anche oltre tre punti percentuali, soprattutto quella di Milano.
17 AGO 20
Immagine di Madrid, Atene e il mal d’Europa
Milano. A Madrid ci sono state proteste di piazza contro i tagli operati dal governo di Mariano Rajoy, con feriti e arresti; il tasso di disoccupazione bordeggia quota 25 per cento (con picchi annichilenti nelle fasce giovanili e in regioni come l’Andalusia e l’Estremadura); lo spread galleggia intorno ai 450 punti; il deficit, nonostante le dilazioni concesse dall’Europa, sembra ancora fuori controllo. Le Borse, spaventate dalla debolezza del “piano Spagna”, dagli scontri e dalle molotov anche in Grecia, hanno perso ieri anche oltre tre punti percentuali, soprattutto quella di Milano.
In questa potenziale polveriera politico-economica spagnola, il presidente della Catalogna, Artur Mas, ha acceso un fiammifero. Ancora non è chiaro se sarà lui a scottarsi le dita, ma in ogni caso sarà difficile spegnere la fiammella senza conseguenze per nessuno. Di tutte le voci che affollano la sua agenda, quella di cui Rajoy proprio non avrebbe voluto occuparsi è quella relativa ai difficili rapporti con le regioni più intrise di sentimenti autonomisti-separatisti. Il premier – che oggi presenta il Piano nazionale di riforme e ha annunciato la creazione di un’autorità fiscale indipendente, incaricata di vigilare sull’adempimento della legge di stabilità e degli obiettivi del deficit da parte di tutte le amministrazioni pubbliche – si trova già a dover fronteggiare compiti improbi, oltre al rinnovarsi della protesta stradaiola. L’Europa, che pure ha mostrato di apprezzare le non poche misure rigoriste già prese dal governo spagnolo, vuole ulteriori riforme strutturali, ad esempio in campo pensionistico, e ha fatto capire a Madrid che la situazione non si raddrizzerà continuando ad applicare soltanto il binomio tagli & tasse. Intanto già dai dati semestrali sul deficit si è capito che difficilmente Rajoy riuscirà a rispettare il tetto del 6,3 per cento del pil, concesso dall’Europa per il 2012.
Stretto tra il disagio di una popolazione sempre più impoverita e l’incalzare della Commissione europea, Rajoy, parlando con il Wall Street Journal, ha cercato di dire qualcosa di chiaro ai suoi interlocutori e ai mercati affermando: “Posso assicurare al 100 per cento che chiederemo il bailout” se i tassi di interesse sul debito rimarranno “molto alti per troppo tempo”. E’ una frase che “pesa” anche se, certo, la perentorietà del “100 per cento” risulta non poco annacquata dal successivo “se” e dall’indistinta quantificazione del “molto” e del “troppo”. Non bastasse, dall’incontro a Helsinki martedì scorso tra i ministri delle Finanze tedesco, olandese e finlandese è emerso che il previsto salvataggio delle banche spagnole con 100 miliardi di euro erogati attraverso il Meccanismo europeo di stabilità potrebbe non essere automatico come si pensava.
In questo contesto è deflagrato il “caso catalano”. Tutto è iniziato l’11 settembre con la celebrazione della Diada, la festa ufficiale della Catalogna. Alla manifestazione che si tiene in quel giorno partecipano generalmente alcune migliaia di persone e ne sono protagonisti il partito Esquerra republicana de Catalunya e altri gruppi minori che ne approfittano per scandire slogan indipendentisti. Quest’anno sotto la parola d’ordine “Catalunya, nou estat d’Europa” (Catalogna, nuovo stato d’Europa) sono invece scese in piazza tra le 600 mila persone e il milione e mezzo, a seconda delle stime. Numeri in ogni caso impressionanti, considerando che la regione ha sette milioni e mezzo di abitanti. Da quel giorno il presidente catalano Artur Mas, che appartiene alla coalizione liberal-democristiana Convergència i Unió e che già aveva iniziato a slittare verso toni separatisti, s’è messo a parlare senza inibizioni di “destini separati per Madrid e Barcellona”.
Le attuali condizioni di salute della regione, che si è sempre considerata ricco motore economico della Spagna, non sono brillanti. Il tasso di disoccupazione è quasi in media nazionale (21,9 per cento) e i conti sono disastrati al punto che Barcellona ha chiesto 5 miliardi di euro al governo centrale. Mas sta quindi vellicando il sentimento di quei catalani che sono convinti che da soli, e senza vincoli con regioni meno propulsive, potrebbero riattivare più efficacemente l’economia. La disfida Barcellona-Madrid ha avuto poi un’accelerazione spaventosa. Mas ha preteso da Rajoy un patto fiscale, cioè la possibilità per la sua regione di gestirsi in house praticamente tutto il suo gettito fiscale. Ma il vertice al riguardo tra i due leader “no ha ido bien”, “non è andato bene”, come ha concisamente detto Mas, che ha quindi indetto elezioni anticipate in Catalogna per il 25 novembre: un voto che si presenta come una specie di pre-referendum sull’indipendenza.
A complicare il quadro, il 21 ottobre si vota anche nel Paese basco, la regione meno colpita dalla disoccupazione, che lì non raggiunge il 15 per cento. I sondaggi, oltre alla vittoria del Partito nazionalista basco (con 23-25 seggi su 75), pronosticano un risultato senza precedenti (circa 22 seggi) per EH Bildu, il partito erede di Batasuna, cioè del braccio politico dell’Eta, che in occasione delle ultime elezioni regionali era stato messo fuori legge. Intanto, dagli ambienti militari sono arrivati richiami un po’ sinistri alla Costituzione, mentre i socialisti avanzano ipotesi federaliste e criticano il premier (“Gli sta scappando il paese dalle mani”), mentre una casa reale indebolita da vari scandali richiama all’unità, Rajoy perlopiù tace. Come è suo costume, ma anche per non offrire il fianco a Unión, Progresso y Democracia, partito ferocemente antinazionalista già in rapida ascesa.